12/10/2008
Roaring Twenties
20C'è un passo nel poema di Majorino Viaggio nella presenza del tempo, che si intitola La vita del denaro. La posizione dell'autore è alquanto schierata con quelle dimensioni del marxismo che sognavano la caduta del capitalismo per autodistruzione più che per la lotta armata del proletariato e lo scontro inevitabile delle classi. Passi di lampante e accesa violenza verbale ricreano il mito del dopoguerra e la nascita del post capitalismo anni '60 la cui cieca fede nel progresso e nella felicità è subito additata come un vortice splendente di luci e sorrisi tanto fragili quanto più sfavillanti. Il modo in cui abbimo costruito la nostra ricdchezza assomiglia sempre più a quelle incredibili costruzioni che furono i cinema-teatro degli anni '20\'30. Formidabili palazzi di oro e cristallo cui i costruttori conferivano grandiosità da grottesche neroniane con labirintiti di arabeschi e stucchi.
I posti a sedere parevano illimitati così come lo sfarzo, accessibile anche ai più disagiati. Ma ruggenti, quegli anni lo furono per poco ancora. Oggi i resti di quelle colossali piramidi, sono sfingi che pongono scomode domande, enigmi che fanno rabbrividire anche quelli che sull'esaltazione del libero mercato avevano intravisto utopici futuri di latte e di miele. Il 1929 chiuse i fasti alla Gatsby, condannò vite alla rovina e sembrò segnare la fine di un epoca.
L'egoismo non ha solo scarsa memoria, ma gode nella protrazione delle sue perversioni che, più dannose si palesano, più abbisognano di enormi sforzi apologetici per giustificarle. L'apologia, è bene rivcordarlo, è la scienza più raffinata degli egotici. La crisi economica e la seconda guerra mondiale hanno prodotto due fondamentali reazioni, secondo il mio modesto parere. Entrambe futrono il frutto dell'elaborazione di un lutto ed un dolore mai sperimentato a memoria d'uomo. La prima contava sul fatto che il dolore potesse essere riassorbito condividendolo, regalando il futuro alla pluralità delle idee sul piatto della democrazia.. La seconda al contrario, che il proprio dolore, l'importante è che fosse un po' meno di quello degli altri. La prima fabbricò le costituzioni. La seconda la produzione di massa e la "customization". Concentriamoci su quest'ultima.
Se il dolore è un fatto incontrovertibile del mondo, una presenza ontologica dell'essere umano, allora è operazione dispendiosa ed inutile progettare un futuro in cui questo non esista. Altrimenti, le stesse energie potrebbero essere impiegate con soddisfazione maggiore nell'affrontare dolore identitificato come "attimo", come momento affrontabile padroneggiando le teniche (e tekne in greco significa arte, intesa come strumento per modificare uno stato) giuste. Il DOLORE, come si vede, trasmigra da uno stato di "esperienza collettiva che svela la comunione dei destini umani", a nemico personale i cui rapporti diplomatici spettano all'unico governo sovrano ed inviolabile delle singole individualità.
Il dolore individuale è quello personalizzato e personalizzabile (custom). E' il disagio che ci fa credere di essere speciali. Quel disagio che ogni giorno cerca le sue risposte attraverso il consumo di risposte, attraverso l'acquisto di sicurezze. Ecco la vera VITA DEL DENARO: una tecnica contro il dolore...
Continua...
postato da: FuocoGreco alle ore 15:45 | Permalink | commenti (5)
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07/10/2008

Ecco qualcosa che non ti aspetti. Non da un tizio che inframezza ai discorsi parole tedesche. Non da uno che tagga i suoi post con dolore, distanza, filosofia. Io è un altro, ma la Rabbia sempre la stessa. Beccatevi questo, YO!

Grandeur, La ferita.


P.S. Io (che è un altro) sono il secondo MC quello che comincia:

Una ferita si allarga sotto cinture d'oro,

ora per ora si slarga produce schiuma e disdoro...

postato da: FuocoGreco alle ore 11:16 | Permalink | commenti (8)
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06/10/2008

balena1«Il linguaggio non è altro che la macchina che articola e ricongiunge tutte le varie macchine: la macchina vivente, la macchina sociale, la macchina noosferica».

Edgard Morin.

Mi piacerebbe inventarle, le parole. E che quest'atto, fosse fondante il loro significato. Fosse garante della loro trasmissibilità ed àrbitro del referente. Insomma, vorrei essere il fabbro di una lingua nuova. Una favella che però  - nata particolare - subito transmigri nell'universale. Immediatamente abbandoni la finitezza del proprio povero parto per abbracciare la completezza della comunicazione fra tutti i possibili mittenti e tutti i possibili destinatari. Questa lingua dovrebbe connettere con insospettabile chiarezza tutte le nostre costruzioni - mentali e fisiche, interne ed esterne - e tutte le costruzioni fra loro.

Una lingua che ponga le cose davanti agli occhi. 

Come sosteneva il saggio di Balnibarbi, nei Viaggi di Gulliver. Dal momento che le parole sono i nomi che diamo alle cose - diceva - sarebbe utile che ciascuno avesse con sè ciò di cui intende parlare. Pensava così di bandire ogni equivoco, scantonare il fraintendimento.

Se parlando del mio risveglio, ad esempio, avessi che so, una pagnotta fragrante, di certo sapresti che oggi mi sono levato sul fare dell'alba e amo l'aria frizzante e le chiacchiere dette a filo di voce. Se portassi una mela cotogna, che ho trascorso una notte lunghissima col piumone tirato fin sopra i capelli. Ma se impugnassi una nespola, un cedro, un mazzo di cardi, conosceresti il nodo che ho in gola, l'acido sotto alla pelle nell'incavo delle interiora, i nervi scoperti lungo le spine della colonna. 

Presto ogni trucco è svelato. Difficilmente - prosegue il racconto - una lingua di tale fattura potrebbe parlarci di "UNA BALENA". E, non di meno, ancora più arduo sarebbe avere per argomento:"DELLE BALENE". Che acadrebbe se poi dovessimo disquisire di "TUTTE LE BALENE?". E peggio e più imbarazzante, dire qualcosa circa NESSUNA?

Ecco che cosa mi fotte. Mannaggia.

NESSUNA BALENA.

 

 

postato da: FuocoGreco alle ore 23:22 | Permalink | commenti (3)
categoria:letture, uomo, linguaggio, chance, affetti personali
23/09/2008
A Elle.

Perchè non mi dan tregua quelle tue gote?
Di sotto dei tuoi occhi tagliano il viso,
e il mio respiro.

La notte sbuffa di tutti i nostri infanti superlativi.
Odiamo entrambi gli -ismi, non le parole innamorate,
i sillogismi che spiegan cubitali
la terra l'aria l'incubo del mare.
A noi ci piace il labirinto, lo schema irriducibile della metropoli,
la febbre dei discorsi
che fanno le ore piccole
che inciampano fra gli scomparti vuoti
della 90.

       -
Tutti gli uomini sono mortali
                         e Socrate è un uomo...

Vorrei aver parole conte, chiocce
e il canto del Bianconi
e la chitarra.
«Ma - dimmi -
«BAR» vuol dir davvero «SBARRA»?
E
«T'AMO» in quella lingua inglesa
è una parola spesa
anche per dir
«TI VOGLIO BENE

       - Tutti gli uomini sono mortali
...

E tutti pensano a chi stringere la notte
a chi salvare
quand'anche il traffico si fa ridotto
e gl'occupati impegni dismettono di comandare
i lacci del
«dover parere» per «poter sembrare».

Dirti che è bella l'acconciatura
bello il vestito
quel ciondolo che mi dicesti hai preso
pro anulum al dito:
è solo un altro compito, un altro officium.

Dirti che gli occhi tuoi son come schegge
e il timbro della tua voce un filo di rasoio
un piccolo giudizio universale
che scalcia ogni sentenza
per la colonna vertebrale?

Dirti che tremo di spavento sul limine delle tue porte
che qui non c'è la morte
seppure

       - Socrate è mortale

non qui vicino alla tua sorte
non qui salendo le tue scale?

Oh!...scusami, sono un po' goffo
nel muovermi così come al parlare.

La tua stanchezza
appoggia  su questa spalla,
la mia farà da contrappeso.
Non chiedere se sono offeso d'averti accompagnata,
che è tardi.
Piuttosto svelami che Socrate non muore
anche se deve.
Che mastichi la neve quand'è che cade.
Che hai pianto e disperato all'ospedale.
Che hai fatto l'alba per ballare. Hai dato baci
per provare.

Svelami che nel particolare
esiste un tutto
che non v'è lutto ch'anneghi la memoria
stralci la storia che a brano a brano è costruita
dai nostri ammanchi
dai giorni stanchi
da lento cumulare dei crepuscoli.

Che non tutto di noi è già perduto
ma vive per qualcuno.

Che ognuno passa
se vive per nessuno.



postato da: FuocoGreco alle ore 14:51 | Permalink | commenti (5)
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18/09/2008

effettiOggi Seneca è di una bellezza struggente. Prolisso al limite della sopportazione. Fanatico delle sentenze. Ti odio perchè mi piaci alle lacrime vecchio pazzo! Ti odio perchè mi rubi la vita ridonandomela a brani, a fulgidi lacerti. Lentamente sgocciola la tua prosa magnetica, giustappositiva, abbruciante. Lentamente scavano le tue parole preziose, urticanti, peciose e bollenti. Lentamente incide il tuo andamento sconnesso e frustrante una saggezza maliconica e quasi brutale.

Oggi mi dici NON CONTINUO SIBI VIVIT, QUI NEMINI (...di conseguenza non vive davvero chi non vive per qualcuno). 

Ed io che ho ferite profonde come le urla, piango. Effetti collaterali. 

 

Seneca - Epistulae Morales Ad Lucilium - Liber Vi - 55

postato da: FuocoGreco alle ore 16:47 | Permalink | commenti (6)
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16/09/2008
Stammi a guardare. Farò dell'afa una memoria. Antica.
Milano intorbidisce. Macchia d'asfalto di smog il numero cinquanta.
Goccia. Adesso Piove.
Si sente l'ombra corposa e il tedio delle nubi.
Goccia. Adesso piove.
Ma non nel cielo che si schiaccia. Sopra ai tuoi occhi.
Voglio che sia così. Cremisi. Giallo limone un po' sbiadito.
Arancio. Zagara. Lampone.
Rosso silenzio.
Goccia. Adesso piova!
Il cielo era così. Così nel cuore.
Stammi a guardare.
 
Lo so: farà dell'afa una memoria.
 
Fallo.
 
Inciditi nei miei ricordi.milansky  
 
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categoria:poesia, milano, cielo, preghiere, epifania, affetti personali
15/09/2008

david

Mi viene in mente un articolo di giornale in cui diceva di essersi consumato le gengive masticando tabacco. Era la sua fiala segreta dell'immaginazione. Certo è strano. Conosciuto da meno di un anno. Letto cominciando da "Considera l'aragosta", nelle ore buche all'università scroccando dalla libreria all'ingresso. Segnavo il punto in cui ero arrivato con uno di quei post-it per rubricare le pagine. Un giorno non c'era più. Al suo posto il segnalibro stropicciato. Non penso l'abbiano comprato.

Ora, David Foster Wallace, il tuo libro dovrò acquistarlo con una seconda data impressa vicino al nome. Come se non fosse già abbastanza lungo. E forse, sarà pure aumentato di prezzo.

postato da: FuocoGreco alle ore 14:07 | Permalink | commenti (2)
categoria:letture, legame
14/09/2008

microC'è una cosa che mi turba da quanto ho cominciato i miei studi letterari qui a Milano. Da quando mi sono iscritto ad una delle facoltà più tradizionaliste e retrograde del pianeta (questo termine non ha alcun senso dispregiativo, ma descrittivo: per il 90 per cento dei miei professori la letteratura termina con la caduta di Costantinopoli), i nomi hanno cominciato ad acquistare una vita propria, le parole - con una tautologia non indifferente - a parlare.

Ogni volta che mi avvicino ad un testo scritto, questo si dipana ai miei occhi non più come un pezzo dalla continuità spaziale definita, ma come un corpo vivisezionato sotto le mani di un chirurgo le cui passioni sconfinano nel patologico. Si presta cioè ad una ispezione anatomica in cui le parti risaltano rispetto all'opera finale, la cui ricostruzione verrà dichiarata perfetta (o meno) solo se l'autore, alla fine,  è stato in grado da esperto allievo frankensteniano, di rimetterne insieme i pezzi perché al passare della corrente il tutto si rianimi con vita propria. Il testo, proprio come un organismo dapprima inerte e cadaverico, passa tra le mani del critico, che - come in uno dei controlli degli ispettori della qualità in Ferrero (mi hanno detto che pesano al milligrammo la quantità di cioccolato di uno stampo dei Roches con la consapevolezza che errori nella grammatura sotto le 3 cifre decimali comporterebbero il loro istantaneo siluramento) - al termine della biopsia, raccolte tutte le informazioni, galvanizza le membra sperando che i tremiti dei nervi non siano solo riflessi condizionati, ma garanzia di una stabile autosufficienza motoria.

Allora ricostruire un testo diventa ricomporre la figura di un puzzle complesso, il più delle volte mancante della fotografia stampata sul fronte della confezione. Le tessere, grazie a questa ignoranza della complessità, suscitano una per una gli interrogativi più disparati, come quando avvicinandosi ad un piatto straniero composito ma succulento, inevitabili sono le domande sulla sua composizione o su cosa siano "quelle cose color violetto paonazzo fritte in quella sorta di pastella arancione scuro troppo filamentosa e trasparente per essere una lega covalente di farina e uova". Domande del genere frammentano di continuo il discorso, quasi interrompendone la degustazione, soffrono di una inequivocabile povertà di sguardo grandangolare per passare ad una  sorta di occhio macroscopico, scivolano dalle vedute aeree per atterrare sull'analisi minuta dei vetrini. vetrino

Molti inorridiranno sentendomi così sproloquiare. Ma il movimento della studioso è sempre introspettivo, condannato ad una azione centripeta le cui forze muovono dal tutto al particolare, in diametrale opposizione allo slancio filosofico induttivo, che lungo gli assi del concreto giunge alla meraviglia dell'assoluto.

Eppure "de minimis non curat praetor, sed philologi". A dire che il filologo, in una perversione da collezionista, non lascia nulla al caso, neppure laddove sembri l'ordinaria amministrazione possa essere sbrigata dai sottoposti.

Certo il filologo accusa queste critiche, ma imperterrito indaga ancora più a fondo, conscio ed orgoglioso che l'occhio del Demiurgo non possa aver sottovalutato l'importanza della microbiologia se ha permesso all'uomo di inventare i nanometri.

In una apoteosi di sincera commozione, Ezio Franceschini (emerito professore di filologia medievale in Cattolica) terminava con queste parole i suoi corsi. Diceva: "Sappiate che se Dio ha permesso ad un cesellatore di compiere una tornitura così splendida sul soffitto di una certa celletta all'interno di una cripta della cattedrale gotica di Notre-Dame, allora desiderava che uno storico dell'arte, dopo lo stupore dell'edificio, riserbasse la stessa emozione per quel segreto lavoro, la stessa ammirazione che sentiva per l'architetto, verso l'anonimo incisore".

Ho imparato dunque questo: fare il critico-filologo significa essere un talent scout della meraviglia.

postato da: FuocoGreco alle ore 13:26 | Permalink | commenti (3)
categoria:parole, letture, arte, filosofia, filologia
13/09/2008

sigaOgni sigaretta  andrebbe fumata con una dose sufficiente di RABBIA, o non andrebbe fumata affatto.

postato da: FuocoGreco alle ore 16:57 | Permalink | commenti
categoria:rabbia