C'è una cosa che mi turba da quanto ho cominciato i miei studi letterari qui a Milano. Da quando mi sono iscritto ad una delle facoltà più tradizionaliste e retrograde del pianeta (questo termine non ha alcun senso dispregiativo, ma descrittivo: per il 90 per cento dei miei professori la letteratura termina con la caduta di Costantinopoli), i nomi hanno cominciato ad acquistare una vita propria, le parole - con una tautologia non indifferente - a parlare.
Ogni volta che mi avvicino ad un testo scritto, questo si dipana ai miei occhi non più come un pezzo dalla continuità spaziale definita, ma come un corpo vivisezionato sotto le mani di un chirurgo le cui passioni sconfinano nel patologico. Si presta cioè ad una ispezione anatomica in cui le parti risaltano rispetto all'opera finale, la cui ricostruzione verrà dichiarata perfetta (o meno) solo se l'autore, alla fine, è stato in grado da esperto allievo frankensteniano, di rimetterne insieme i pezzi perché al passare della corrente il tutto si rianimi con vita propria. Il testo, proprio come un organismo dapprima inerte e cadaverico, passa tra le mani del critico, che - come in uno dei controlli degli ispettori della qualità in Ferrero (mi hanno detto che pesano al milligrammo la quantità di cioccolato di uno stampo dei Roches con la consapevolezza che errori nella grammatura sotto le 3 cifre decimali comporterebbero il loro istantaneo siluramento) - al termine della biopsia, raccolte tutte le informazioni, galvanizza le membra sperando che i tremiti dei nervi non siano solo riflessi condizionati, ma garanzia di una stabile autosufficienza motoria.
Allora ricostruire un testo diventa ricomporre la figura di un puzzle complesso, il più delle volte mancante della fotografia stampata sul fronte della confezione. Le tessere, grazie a questa ignoranza della complessità, suscitano una per una gli interrogativi più disparati, come quando avvicinandosi ad un piatto straniero composito ma succulento, inevitabili sono le domande sulla sua composizione o su cosa siano "quelle cose color violetto paonazzo fritte in quella sorta di pastella arancione scuro troppo filamentosa e trasparente per essere una lega covalente di farina e uova". Domande del genere frammentano di continuo il discorso, quasi interrompendone la degustazione, soffrono di una inequivocabile povertà di sguardo grandangolare per passare ad una sorta di occhio macroscopico, scivolano dalle vedute aeree per atterrare sull'analisi minuta dei vetrini. 
Molti inorridiranno sentendomi così sproloquiare. Ma il movimento della studioso è sempre introspettivo, condannato ad una azione centripeta le cui forze muovono dal tutto al particolare, in diametrale opposizione allo slancio filosofico induttivo, che lungo gli assi del concreto giunge alla meraviglia dell'assoluto.
Eppure "de minimis non curat praetor, sed philologi". A dire che il filologo, in una perversione da collezionista, non lascia nulla al caso, neppure laddove sembri l'ordinaria amministrazione possa essere sbrigata dai sottoposti.
Certo il filologo accusa queste critiche, ma imperterrito indaga ancora più a fondo, conscio ed orgoglioso che l'occhio del Demiurgo non possa aver sottovalutato l'importanza della microbiologia se ha permesso all'uomo di inventare i nanometri.
In una apoteosi di sincera commozione, Ezio Franceschini (emerito professore di filologia medievale in Cattolica) terminava con queste parole i suoi corsi. Diceva: "Sappiate che se Dio ha permesso ad un cesellatore di compiere una tornitura così splendida sul soffitto di una certa celletta all'interno di una cripta della cattedrale gotica di Notre-Dame, allora desiderava che uno storico dell'arte, dopo lo stupore dell'edificio, riserbasse la stessa emozione per quel segreto lavoro, la stessa ammirazione che sentiva per l'architetto, verso l'anonimo incisore".
Ho imparato dunque questo: fare il critico-filologo significa essere un talent scout della meraviglia.