Voglio ricordarti una cosa. O forse voglio ricordarla. In fondo, è diverso?
Domenica scorsa avevi un sorriso. Nelle mani.
Vedi è così che mi capita di pensare alle cose. Per astrazione. E poi improvvisamente tutto si concretizza, si immedesima, si personalizza. Mi chiedi perchè scrivo. Per ricordare ciò che un tempo apparteneva al cielo, forse a qualcosa che si avvicina ad una idea di paradiso. E poi è piombato sulle terra, come le gocce di domenica pomeriggio: schianti sulle tegole, urla sulle persiane chiuse appena in tempo.
Domenica avevi un sorriso. Nelle mani. Nelle stesse che prima avevi coperto con i guanti, che erano martoriate dalle bruciature. Invece domenica, in quell'immobile pomeriggio, in cui ogni cosa sudava, in cui mi si scioglieva il ghiacciolo mentre ti aspettavo sotto al condominio Amaranto, loro ridevano. Incredibilente energiche, guarite, mondate, come se fossero loro a parlarmi del Belgio, di fare la cameriera, della tua estate. Le tue mani. Può essere? Può succedere che dalle mani, dai nostri particolari più inutili, accada di scorgere molto più che la nostra fragilità? O meglio, che attraverso la fragilità dei nostri particolari si scopra l'immensità delle nostre vite, la capacità di essere un mondo?
Perchè questo mi facevi pensare, sabato sera. Ogni persona è un "picciol mondo", un universo compiuto secondo particolarissime sue regole. Da qui l'incomprensione, il distacco, la fatica mai doma della comunicazione, il conflitto dell'interpretazione. Di qui però anche il viaggio, come viaggio interpersonale, come viaggio "spaziale".
Mi piace pensare che siamo tutti, in fondo, astronauti. Ogni dannatissima volta incontriamo qualcuno, dobbiamo partire, lasciare la nostra terra vincendone la gravità con incredibile sforzo, perdendo lungo il tragitto la massa dei reattori che ci hanno spinto oltre l'atmosfera, ridurre il nostro attrito all'essenziale, la nostra navicella allo stretto necessario e calcolare le spinte e le controspinte necessarie per non schiantarci sul'altro pianeta. Per non ferire l'altra persona.
Ognuno di noi è un astronauta, che per farsi incontro, lascia, deve lasciare il suo mondo e calibrarsi per un attimo su quello dell'altro. Tastarne la gravità, sperimentare la respirabilità dell'aria, sopportare il cambiamento climatico. Ogni incontro è un viaggio che chiede di lasciare se stessi. O, per lo meno, la zavorra di se stessi. Ed essere così pronti ad atterrare.
E le tue mani, domenica, erano un ottima torre di controllo. Sorridevano.