31/03/2008

Dove ancora ci si interroga su McCarthy e l'ultimo film dei Coen: «Non è un paese per vecchi»

guiltySi parlerà dell Libro. Non del film. Ma il film è la trasposizione asciutta e fedele del libro. Non sarà mai la stessa cosa. L'obiezione è sempre valida quando si parla di tra-duzioni. Ma forse mai come in questo caso si può parlare dell'uno e dell'altro senza distorcere le linee di fondo che sorreggono l'impianto antropologico di questi due capolavori.

 


 

Il libro per me è stata una rivelazione. Capisco che non piaccia. E il film di conseguenza. Senza il supporto della critica esaltata, non penso avrebbe avuto molto successo.

Eppure mai come in McCarthy - perchè l'unico e vero autore è lui, bisognerebbe ribadirlo - ho visto giungere la scrittura all'
archetipo dell'umano. L'antropologia è l'unico scavo che rende giustizia alle rovine imbastite da questo scrittore. Parole come la lotta delle scimmie in Kubrick: primordiali, immutabili, violente, unico strumento per riprodurre il primo e fondamentale GESTO dell'umanità: il bastone brandito ad arma, tentativo principe del sempre cercato dominio sulla vita e sul caso.

Alle spalle della scrittura mccarthyana resta un uomo nudo e feroce. Senza gli orpelli di alcuna civilizzazione, meri impedimenti a quella che è la sua natura più profonda: l'azione per la sopravvivenza che, frustrata dalla precarietà, domina la vita con la violenza sul proprio simile e sul mondo.

Un uomo maschio se volessimo un commento di genere. McCarthy, di fatto, è uno scrittore maschile. Non maschilista, abbiate a non  fraintendermi. Le donne non ci sono nei suoi romanzi. Per lo meno sono poche e non mi sembra gli interessino. O sono vittime succulente, come Carla Jean Moss\Kelly McDonald visitata nel finale - in una sorta  Annunciazione perversa e foriera di morte -  dal killer Chigur\Bardem.*

Le donne hanno altri strumenti per dominare la vita. Anzi è forse perchè le donne dominano la realtà secondo schemi totalmente differenti a quelli del MASCHIO - strumenti oserei dire interni e in sintonia con la natura generatrice e partoriente - che il genere mascolino ha sviluppato reazioni esterne e in completo disaccordo con la realtà. La violenza maschile è la reazione primitiva all'insensibilità rispetto al creato che si esterna nel gesto violento. L'uomo rompe con la realtà, mentre la donna ne sostiene il peso attraverso il suo utero. Il primo espelle, la seconda ingloba. E' un movimento assolutamente elementare e ineliminabile. McCarthy è interessato a questo originale, primordiale, fossile atteggiamento. Ma lo dimostra non con il piglio sistematico dell'antropologo, bensì con la potenza rappresentativa dell'artista. I suoi libri come i quadri, le poesie, il teatro: ACCADONO. E devastano.

Il personaggio di Chigur ad esempio (non so se il film lo renda perfettamente chiaro) utilizza la sua cieca violenza non per diletto, ma per ETICA. La sopraffazione dell'altro e la maniacalità dei suoi giuramenti sono l'unico antidoto alla dispersione della vita.
Filosofia come azione.** 

La capacità dell'uomo di combattere alla pari con il proprio destino è quella di giocarsi in ogni momento la vita contro la vita stessa. E' solo la follia della vita (la propria vita e le proprie immutabili scelte) che vince contro la casualità dell'esistenza. Il Valore è la vità nella sua scommessa mortale perpetrata contro la vita degli altri, non i "valori" o l'organizzazine della società umana (lo Sceriffo\Lee Jones e ciò che egli  rappresenta).

Non è un paese per vecchi è una speciale trascrizione contemporanea delle Baccanti di Euripide.

Nelle Baccanti: la legge contro la follia dionisiaca creatrice di nuova etica e nuovi ordini.  La razionalità della legge e della costruzione morale borghese e politica contro l'asistematicità strutturale delle baccanti. E i baccanali come trionfo (voluto dal dio) sulla "società dei valori", l'autocastrazione dell'uomo che dimentica il caos divino.

McCarthy stravolge questo schema riutilizzandolo. Dioniso come Chigur. Lo sceriffo Bell come Penteo. Ma al contrario. La razionalità diventa lucidità folle e trionfa su quella "società dei valori" che questo mondo ha finito con il distruggere. Che ha trasformato la follia in ordine. E' proprio perchè il mondo è precipitato in questa  follia che la psicotica diventa l'unico barlume di salvezza. L'unico puntello. E trionfa.

L'abbiamo voluto, in fondo. Sembra dirci McCarthy.

Il male razionale, non più - come diceva la Arendt - banale.

 


* leggetevi la scena nero su bianco, vale l'acquisto del romanzo: impressionante e spietata, illogica e lucidissima, cento volte la pellicola!


**e qui ancora una volta mi tocca ringraziare Daidalos

kozyndan_socialcanibbalism
postato da: FuocoGreco alle ore 15:00 | Permalink | commenti (16)
categoria:letture, dio , arte, uomo, caso, destino, potere, mccarthy
30/03/2008

vorticismGira.

Ogni cosa.

Tuuutto gira.

MALEDETTO COPERNICO!

postato da: FuocoGreco alle ore 10:32 | Permalink | commenti (6)
categoria:bevute
28/03/2008

splat" E’ la Sorpresa a determinare l’intensità dell’Impressione. "

Penso l'autore di questa affermazione abbia colto sinteticamente il nocciolo di tutta l'estetica contemporanea.
Così è, e - per ora - non può non essere.

Ora mi chiedo, come dobbiamo giudicare questo tipo di arte? O meglio: un giudizio è doveroso, oppure no?

Simmel in un suo interessantissimo e sintetico saggio "La metropoli e la vita dello spirito"* descrive la condizione dell'uomo metropolitano come soggetto di impulsi necessariamente soverchianti le sue naturali difese al fine di smuovere la sua piatta realtà e riattivare il suo interesse ucciso da un sovraccarico di stimoli esterni.
Freud, peraltro, elaborerà una psicologia della modernità del tutto simile, indagando gli effetti del sovraeccitamento sensoriale sulla salute mentale dell'uomo cittadino: la teoria dello shock per intenderci. Immagine efficace, largamente e magistralmente riutilizzata da W.Benjamin per illuminare la poetica di Baudelaire in relazione alla condizione dell' «essere metropolitani». 

Quello che i nostri amici citati più sopra non avevano previsto, (tranne Benjamin) è che anche l'arte finisse per utilizzare gli stessi stratagemmi del sovraeccitamento sensoriale al fine di provocare nel proprio spettatore uno stato di shock. Unica occasione ancora data all'uomo per sperimentare qualcosa. Per sentire.

L'arte è esperienza. Eccome. Ma quale tipo di esperienza?
Se finisce per essere semplicemente sorpesa, semplice esibizione scioccante, se la sua essenza è giudicata in base all'impressione che suscita, non perde di diritto il suo statuto artistico per assomigliare ad una semplice iperstimolzione al pari della pubblicità televisiva o l'insegna luminosa lungo un viale alberato?

L'arte dovrebbe educare lo sguardo, o essere il sedimento, la sublimazione di ciò che l'occhio o lo spirito hanno coltivato nell'interiorità osservando e sperimentando il mondo. L'arte guida una esperienza oppure è esperienza essa stessa.
Ma non può essere guidata da una esperienza, assoggettata ad una idea di base che ha necessità di rumoreggiare per farsi semplicemente guardare. L'arte non mostra, ma svela.
Mi piace pensare che tutte le epoche sono state capaci di elaborare forme artistiche in grado di comprendere e superare la realtà. Che l'uomo abbia di volta in volta costruito attraverso l'arte il suo rapporto con la realtà.

Ora mi pare che la realtà superi l'arte, facendosene carico.

E tutto ciò è rischioso, perchè la realtà oggi è dominio degli idioti.

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*(che se non hai letto Daidalos, mi arrabbio, anzi no arrabbiati tu...:-)

postato da: FuocoGreco alle ore 16:10 | Permalink | commenti (5)
categoria:arte, uomo, creazione
25/03/2008

Premessa

Nel quale si risponde a Daidalos su di un tema che chiarifica quanto detto in precedenza.

Botta

Daidalos28:

Il dolore è lo scavo che ci apre le nostre stesse, impensate profondità. Ma penso che la scrittura (e l'arte in genere) debba poi distaccarsi da queste lacrime, e da esse distillare un tonico, così che la lettura esalti, che la visione ridesti, così da farci sentire più accesi, più forti, più vivi. E allora nel dolore meglio la rabbia che il pianto.

E risposta

Fuocogreco:

Concordo e rilancio.

Dovremmo trasformare in energia tutto quello che piangiamo. Dovremmo. 
Resta il fatto che la sensibilità artistica, e forse in special modo quella poetica, conservino nell'uomo uno spazio preponderante al rimpianto e al rimorso. Perchè, il poeta è qualcuno che deve dire qualcosa senza sapere esattamente cosa dice. Dunque non è energetica la sua azione, ma titubante. Le parole nel momento in cui sono pronunciate - e questa è davvero, non solo a mio avviso, la grande poesia - lamentano un deficit di comunicazione, un gap immediato tra la loro formulazione e la realtà che devono comunuicare.

Derrida esaspera questa condizione sempre funebre della poesia osando dire: "Ogni lettera è testamento" (cito a memoria).

Ogni parola che abbia uno scopo comunicativo,cioè , denuncia parte della morte del significato originale della lettera, detenuto in pienezza dal solo mittente. Ma non solo.

La morte del significato è la stessa del mittente che "deve" morire per consegnare la lettera: dominio - una volta sfuggita dalle nostre mani - del destinatario. Ogni lettera denuncia cioè una morte immediata, cosicchè si può dire che moriamo ogni giorno un poco lasciando dietro di noi ciò che scriviamo.


Questa è la prima certezza del poeta le cui parole, potenziate dalla sintesi che la sua forma di scrittura comporta, diventano emblema maestro di un dissanguamento, di una perdita irrimediabile, di un lutto non svestibile.
Se accettiamo che la poesia - quella vera - è il condensato massimo di significante e significato ordinati in modo da restituire un senso profondo, allora il dramma della parole diviene massimo. Si trasforma nella vita stessa del poeta e nella durata del suo tempo: parole come cose. Allora ci si sente un poco derubati ad ogni verso, perchè nel momento della sua emissione e della sua pubblicazione (nel senso di rendere pubblico) la poesia diventa morte, rimpianto, rimorso.man ray 

 

postato da: FuocoGreco alle ore 12:18 | Permalink | commenti (5)
categoria:parole, poesia, letture, arte, dolore, uomo, destino, potere
24/03/2008

jitisDitemi. Che sono le promesse?

Flatus vocis, esibizioni profetiche, teatrali e pubblici oracoli, comandi, ingiunzioni?

Che sono?
Perchè qui non ci sono Sibille, nè Sirene. No, qui ci sono solo Prefiche.

I fatti accadono indipendentemente da noi. Anzi oltre di noi, nonostante noi. Le cose se ne fottono. Siamo noi che ce ne interessiamo.
Il movimento umano più semplice è un movimento che si potrebbe definire "magico". Le cose accadono, se le pronunciamo. Ecco le promesse. Sarebbe del tutto lecito lanciare sali infiammabili e colorati su di un braciere ardente mentre si giura che saremo sempre fedeli al nostro più caro amico, alla persona che ci accingiamo a sposare, alla patria, al sangue, all'onore e a tutte le altre cazzate. Sarebbe lecito e doveroso stringere gli occhi e gettare avanti le mani come un prestigiatore, o come gli illusionisti accompagnare le nostre parole ad un movimento circolare di un mantello blu di prussia  e rosso cremisi.
Come possiamo promettere quando sappiamo perfettamente che un giorno moriremo? Che domani si muore. E ogni giorno è domani. Mi pare francamente assurdo.
Che sono le promesse? Esistono le lettere di condoglianza, i testamenti. Esiste il lamento inconsolabile, il lutto eterno. Esistono le mance ai becchini per inumare assieme alla propria famiglia potata da un ubriaco al volante il rossetto che vostra sorella aveva comprato compiendo 12 anni, il vestito in raso nero indossato da vostra madre la sera della laurea, la lettera in cui vostro padre accompagnandovi alla stazione per il treno che vi conduce all'Università, scriveva: "Sono fiero di te". E alla lettera aggiungeva qualche banconota. Per gli extra. Non si sa mai.
Non lo sapeva neppure quando ha sentito il parabrezza sbucciarli il costato e lo sterno scoppiargli il cuore.
Le promesse non esistono. Ma il cordoglio, il pianto strozzato, le unghie che si rompono dalla rabbia stringendo i pugni.

Non è forse tutta la nostra arte, tutta la nostra letteratura, tutta la nostra poesia il grido funebre di una sconfitta?
Le parole più alte mai state scritte sono le affissioni funebri. Necrologi i versi più sublimi.

Perchè non abbiamo potere sul mondo. Non abbiamo difese.

L'ordine del nostro mondo, il Logos, è un poscritto che accompagna una lettera vuota. Oggi mi semto così, posticcio.

Mi resta domani per dire quello che sono. O quello che non sono stato.

Non amo  che le rose che non colsi.

Grazie Gozzano.Gozz

postato da: FuocoGreco alle ore 01:11 | Permalink | commenti (8)
categoria:magia, uomo, cose, linguaggio, caso, destino, promesse, potere, pugni, affetti personali, nonfede
02/03/2008


Questo post è un po'st lungo ;-)


Da piccolo gettavo le mani lungo un muretto in mattoni che chiudeva ermeticamente l’ingresso ad una fatiscente casa del centro. Mi ci rompevo le unghie su quei mattoni stinti dalla pioggia, accecati dal luccichio dei finestrini delle auto stazionate nell’adiacente parcheggio. Il sole di quell’agosto rubava le ombre e penetrava gli occhi da sotto, all’imboccatura delle palpebre socchiuse. Si infilava in diffrazione dal porfido, dalle gocce delle fontane morenti, dai batacchi metallici e ustionanti delle porte anticate, dalle perlinature degli intonaci. Non faceva caldo. Faceva luce.

Della casa e del muretto non me ne importava un accidente.
Era il buio. Il buio oltre. Oltre i mattoni. E mi spaccavo le unghie, giuro. Tornavo a casa a medicarmi. Alle volte non tornavo fino a che mia madre non scendeva a divellermi dal mio folle carotaggio.

Era buio già da dentro i mattoni. Veniva fuori per osmosi dal ventre sbarrato dell’abitazione interdetta, lo sentivo prima ancora che sulle mani nel sangue. Nel sangue che usciva da sotto le unghie.

Avete presente la conduzione?Un corpo caldo trasmette il proprio movimento molecolare ad un corpo più freddo, come se tutte le cose a livello microscopico assomigliassero ad ingranaggi cui dare la carica e come ai carillon, vedere lentamente disperdere la loro l’energia dopo una certa frenesia iniziale leggermente ebbra di controtempo.

Avveniva il contrario. La potenza di un mondo luminoso è il terrore del buio. Nei regni magmatici il delirio del ghiaccio ammattisce le più robuste coscienze: volevo una sola cosa. L’epifania del vuoto. O forse il deliquio dell’immobilità. Era il gelo a risucchiare le cose, a muoverle verso il baratro.

Ma soprattutto, volevo l’epifania. Quell’attimo indesiderabile di lucidità, la matta bestialità della onnipotenza momentanea. Ci sono istanti nelle proprie esistenze, che possiamo definire pentescostali. Avvengono in conseguenza di una attesa spasmodica, irrefrenabile. Connaturata a qualunque altra nostra formazione, essa non si placa col tempo, ma si acuisce, si affila, tortura incessantemente fino ad allucinte apoteosi.

Ecco, dicevo, ecco che giunge lo Spirito con la sua lancia di fuoco a trapassarmi il cranio, a rodere il cuore colla folgore. Vieni, vieni e trasforma questo mondo! Questo mondo che sono gli uomini. E ciascuno è un mondo, un mondo ciascuno. Ma io, no. Io che sono tutto il mondo. Tutti i mondi di ciascuno!

Lo diceva il buio. Lo diceva il sangue. Ma la Pentecoste è il risvolto positivo e costruttivo del genere epifanico che andavo cercando. Essa è attimo in cui la coscienza improvvisa della verità non genera orrore, ma Senso, direzione. Uno spiegamento delle cose accettabile dalla nostra condizione, momento addirittura fortificante e consolante, nonché prodromo all'azione, sprone ad un nuovo ordinamento secondo le nuove direttive.

No, no e no! Lo diceva il buio. Lo diceva il sangue. Repentinamente e con rabbia gridando: - Ecco! Ecco il fondo delle cose!!

La verità è che chiedevo la requie del folle, la serendipica rivelazione. Lo squadernamento delle aspettative, ciò che raggiunto con la mente, devasta i nostri metri, le nostre categorie. Avviluppa la nostra paura e la potenzia di silenzio siderale.

Dio! Ecco cosa volevo.

L’antro della medusa.

L’orrore senza fine dell'eternità. Oltre il buio. Oltre i mattoni.

Medu

postato da: FuocoGreco alle ore 17:50 | Permalink | commenti (15)
categoria:orrore, epifania